2017/06/12

Robert O'Neill - The Operator

di Hammer

A sei anni di distanza dalla missione che ha ucciso Osama bin Laden, l’ex Navy SEAL Robert O'Neill, l’uomo che dichiara di aver sparato al terrorista il colpo mortale, ha pubblicato la propria autobiografia intitolata The Operator.

Il libro inizia con il racconto dell'adolescenza dell'autore e della sua dedizione alle passioni giovanili quali la caccia e la pallacanestro. Fu proprio la passione per la caccia a indurlo a perseguire la carriera militare e nelle sue intenzioni O'Neill avrebbe voluto diventare un cecchino nei Marines, ma al momento del colloquio il recruiter gli disse che se la sua intenzione era di diventare un cecchino, la scelta migliore sarebbe stata di entrare nei Navy SEALs.

O'Neill entrò nei BUD/S, il corpo preposto all’addestramento dei futuri SEALs, dopo aver completato la scuola superiore e lì scoprì che la vita e la preparazione fisica richiesta erano molto più duri di quanto si aspettasse. Al termine del periodo di addestramento, della durata di poco meno di un anno, O’Neill riuscì comunque ad entrare nei Navy SEALs nonostante il processo di reclutamento di norma scarti l’80% dei partecipanti. Dapprima l’autore del libro fu inserito nel SEAL Team 2 e durante il primo periodo del suo incaricò sentì per la prima volta il nome di Osama bin Laden quando la sua squadra dovette sorvegliare l’ambasciata americana in Albania per timori che al Qaeda volesse compiere un attacco per uccidere alcuni ufficiali americani.

Qualche mese dopo avvennero gli attacchi dell’11/9 e i SEALs capirono subito che dietro di essi c’era l'organizzazione di bin Laden; a quel punto O’Neill volle spostarsi nel SEAL Team 6 in quanto fu il primo ad essere inviato in Afghanistan e quello che aveva le maggiori responsabilità nella lotta al regime dei Talebani. Curiosamente nel libro il numero della squadra di cui faceva parte O’Neill, e che di conseguenza uccise Osama bin Laden, è oscurato; non se ne capisce il motivo, essendo ampiamente noto che si trattasse del Team 6 sin dai primi giorni dopo la missione; inoltre in alcune frasi (come l'esempio sotto riportato) si capisce perfettamente dal contesto.


O’Neill ottenne il passaggio desiderato dopo aver trascorso un breve periodo nel Team 4. Da allora passò molto tempo tra Afghanistan e in Iraq. L’autore dedica quindi ampie parti del libro a raccontare e descrivere le numerose missioni a cui partecipò; tra di esse spicca quella narrata dal SEAL Marcus Luttrell nel libro Lone Survivor, in cui lo stesso Luttrell rischiò di finire prigioniero del Talebani ma fu salvato dagli abitanti di un villaggio locale. Quando i Talebani attaccarono il villaggio per uccidere Luttrell questi fu salvato da un tempestivo intervento della squadra di cui faceva parte lo stesso O'Neill, che partecipò al salvataggio del collega.

L'ultima parte del libro è ovviamente dedicata alla missione di Abbottabad. Il primo passo verso la missione avvenne quando i membri della squadra furono convocati in un edificio governativo in North Carolina una domenica di aprile del 2011 per discutere di una missione segreta. I vertici militari spiegarono di aver una pista molto forte che aveva probabilmente condotto a localizzare Osama bin Laden, e che si basava sull’aver seguito un corriere di al Qaeda chiamato Abu Ahmed al-Kuwaiti che si recava spesso presso un compound dove abitava un uomo molto alto vestito di bianco che non usciva mai dalla recinzione. La riunione durò sei ore, mettendo a dura prova la resistenza dei militari, e i vertici spiegarono che erano state considerate tre ipotesi per l'uccisione di Osama: un'operazione condotta insieme alle forze pakistane, un attacco missilistico e una missione da terra di una squadra speciale. La scelta finale cadde sulla terza ipotesi.

O'Neill ricorda anche che l'ammiraglio McRaven raccontò di aver proposto il piano al presidente Obama e che questi lo accettò rispondendo "Avete tre settimane." Durante il periodo della preparazione O’Neill credeva che nel compound di Abbottabad sarebbe morto e in quei giorni trovò conforto ascoltando la canzone Alive dei Pearl Jam il cui ritornello dice I'm still alive (Sono ancora vivo).

Per le esercitazioni fu ricreato un compound a grandezza naturale; tuttavia, specifica l'autore, gli interni non erano noti e una volta giunti dentro l'edificio la squadra si sarebbe affidata alla propria esperienza.

Il gruppo si spostò in Afghanistan pochi giorni prima della missione, che si sarebbe svolta nella notte tra l'1 e il 2 maggio. O'Neill racconta quindi le fasi dell'operazione, dalla partenza da Jalalabad all'ingresso nello spazio aereo pakistano, dove temevano di venir abbattuti dalle forze antiaeree nazionali. Una volta raggiunto il compound, O'Neill descrive i problemi aerodinamici incontrati dal primo dei due elicotteri, che portarono il pilota a un atterraggio di emergenza; tuttavia questa fase concitata gli fu raccontata da un altro militare in quanto essendo sull'altro elicottero l'autore pensò dapprima che fosse stato il velivolo preposto ad asportare il cadavere ad essersi schiantato.

O'Neill racconta poi lo svolgersi dell'agguato ai danni di Osama bin Laden secondo la versione che ha sempre sostenuto, cioè che fu lui a sparare al terrorista saudita i colpi mortali. Come sottolineato varie volte su questo blog (in occasione dell'intervista rilasciata da O'Neill all'Esquire sotto lo pseudonimo di The Shooter e in occasione dell'uscita dello speciale televisivo The Man Who Killed Usama bin Laden, in cui O'Neill apparve per la prima volta a viso scoperto e con il suo vero nome), un altro Navy SEAL che partecipò alla missione, Matt Bissonnette, raccontò invece una versione diversa, cioè che quando il gruppo formato da Bissonnette, O'Neill e the point man (l'unico dei tre rimasto anonimo) salì al terzo piano del compound fu the point man a colpire per primo il terrorista con un colpo non mortale e che poi tutti e tre lo finirono quando era steso a terra.

Dopo aver sparato a bin Laden, O'Neill si prese cura della sua giovane moglie Amal, che rimase colpita alla spalla ma non in modo grave; tuttavia a causa dello spavento il militare la trovò in stato catatonico.

O'Neill racconta anche della missione del 6 agosto 2011, a cui comunque non prese parte, in cui morirono alcuni membri del SEAL Team 6, incidente che stimolò la fantasia complottista, senza aggiungere particolari di rilievo rispetto a quanto già noto.

In ultimo l'autore chiude il volume interrogandosi sulla responsabilità morale che ora si porta appresso per aver ucciso Osama bin Laden. Ancora non sa rispondere alla domanda se sia stata la cosa migliore o la peggiore che ha fatto nella sua vita, ma è ora determinato a sfruttare questo onere per il bene di tutti.

2017/05/29

An interview with U.S Marshal William Sorukas

by Hammer. An Italian translation is available here.

Today Undicisettembre offers its readers the account of US Marshal William Sorukas, who was near the Pentagon on 9/11 and worked at Ground Zero from the following day. His words provide another important insight into the events and offer an unusual view on the consequences of the 9/11 attacks.

We wish to thank William Sorukas for his kindness and for his time.


Undicisettembre: On 9/11 you were in Virginia; what happened to you on that day and what do you recall?

William Sorukas: I was assigned to the U. S. Marshals Service Technical Operations Group, which is located outside of Washington D.C., at an off-site location. At the time when the planes hit the World Trade Center, I was in Alexandria, Virginia, installing an intercept for an ongoing fugitive investigation. As part of this process, a telephone call was necessary to initialize the device and the setup. During this call, it was difficult to hear due to an aircraft overhead, which I later learned was the plane that hit the Pentagon. After completing the intercept installation, I received a call to return to the office, at which time I saw what was happening in New York and at the Pentagon. Early that afternoon, I responded to Marshals Service Headquarters, which was in very close proximity to Washington Reagan National Airport and the Pentagon. Not having a full understanding of the breadth of the attacks or additional targets, security was established at USMS HQ. At one point while on the roof of USMS HQ, I observed Air Force One returning to the Washington D.C. area and landing at Andrews Air Force Base.


Undicisettembre: From the 12th of September you were at Ground Zero. What did you guys do in those days?

William Sorukas: I responded with a team to Ground Zero in New York City on the evening of September 12, at the request of the New York Police Department and their Technical Assistance Response Unit. Our initial response was to work with the other first responders as part of the effort to locate and rescue individuals. As time passed, our responsibility changed to locating and recovering the remains of individuals.


Undicisettembre: What was the situation at Ground Zero after 9/11?

William Sorukas: When our team first arrived, it was dark with the exception of the fires that were continuing to burn. There was a large cloud of dust that surrounded the area and the debris field seemed to never end as we walked through the area. In retrospect, it is what a person would expect from two buildings, of more than a hundred floors, that had collapsed.


Undicisettembre: Did anything in particular strike you during the period you spent there?

William Sorukas: There was a tremendous effort by the rescue workers, which included firefighters, police officers, emergency medical professionals, construction workers, and during the first two or three days, regular people that merely wanted to help.

Within the debris field, I don’t recall seeing large objects that you would expect from a large office building, such as desks, chairs, file cabinets, tables. At one point our team found a large pane of glass (probably a window), which was fully intact.

The aroma that I still recall was similar to that of wet cement. For the first two or three days, our team was not utilizing any type of breathing equipment, so we all ingested whatever was in the air. For 7 or 8 years, I had a chronic cough that continuously reminded me of the wet cement aroma that we had experienced.


Undicisettembre: How long were you there?

William Sorukas: Our team was there for 9 or 10 days.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim 9/11 was an inside job?

William Sorukas: If by an “inside job”, you are referring to complicity on the part of the United States Government, I totally disagree.


Undicisettembre: How did 9/11 affect the daily work of US Marshals?

William Sorukas: It had both a direct and indirect effect on the responsibilities of the Marshals Service. For example, this was viewed as an attack against the United States, the Government of the United States and the People of the United States. Federal Judges represent the United States Government, so their protection became a priority for the U.S. Marshals Service, since this was the foundation of the agency since its creation in 1789. Indirectly, the responsibility for fugitive investigations became more prominent. This was because other agencies such as the Federal Bureau of Investigation, which was also involved in apprehending fugitives, moved many of their personnel resources to combating terrorism.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

William Sorukas: Personally, it made me understand our vulnerabilities and what was experienced by the United States in December of 1941.

Intervista con lo U.S. Marshal William Sorukas

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto dello US Marshal William Sorukas, che si trovava nei pressi del Pentagono l'11/9 e che dal giorno seguente fu impiegato a Ground Zero.

Il racconto di Sorukas fornisce un altro importante tassello per ricordare quanto successo quel giorno e fornisce una visione inconsueta sulle conseguenze degli attentati dell'11/9.

Ringraziamo William Sorukas per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: L’11/9 ti trovavi in Virginia, cosa ti è successo quel giorno e cosa ricordi?

William Sorukas: Ero assegnato allo US Marshals Service Technical Operations Group, che si trova appena fuori da Washington D.C., in una sede staccata. Quando gli aerei colpirono il World Trade Center, io ero ad Alexandria, in Virginia, a installare un dispositivo per le intercettazioni per un'indagine in corso su un fuggitivo. Come parte di questo processo, era necessaria una telefonata per inizializzare il dispositivo e la configurazione. Durante questa chiamata, fu difficile sentire per via di un aereo che passava sopra di me; seppi poi che era l'aereo che colpì il Pentagono. Dopo aver completato l'installazione del dispositivo, ricevetti una chiamata con cui mi venne chiesto di tornare in ufficio, e in quel momento vidi cosa stava succedendo a New York e al Pentagono. Nel primo pomeriggio mi recai al quartier generale del Marshals Service, che era molto vicino all'aeroporto nazionale Reagan di Washington e al Pentagono. Non avendo ben chiara la vastità degli attacchi o di altri obiettivi, fu costituita una zona di sicurezza al quartier generale del Marshals Service. A un certo punto, mentre ero sul tetto del quartier generale, vidi l’Air Force One tornare verso la zona di Washington e atterrare alla base Andrews dell'aviazione militare.


Undicisettembre: Dal 12/9 sei stato a Ground Zero. Cosa avete fatto in quei giorni?

William Sorukas: Andai a Ground Zero a New York con una squadra la sera del 12 settembre, su richiesta del Dipartimento di Polizia di New York e della loro Unità di Risposta e Assistenza Tecnica. Il nostro primo incarico fu lavorare con gli altri operatori di primo intervento nel tentativo di trovare e salvare persone. Con il passare del tempo, la nostra responsabilità cambiò e divenne la localizzazione e il recupero dei resti di persone.


Undicisettembre: Qual era la situazione a Ground Zero dopo l’11/9?

William Sorukas: Quando arrivò la nostra squadra era buio, con l'eccezione degli incendi che continuavano a bruciare. C'era una grande nuvola di polvere che circondava l'area e l'estensione delle macerie sembrava non finire mai mentre camminavamo nell'area. Ripensandoci, è ciò che una persona si aspetterebbe da due palazzi di oltre cento piani che erano crollati.


Undicisettembre: Nel periodo che hai trascorso lì c’è stato qualcosa in particolare che ti ha colpito?

William Sorukas: C'era un grandissimo sforzo da parte di tutti i soccorritori, che includevano pompieri, ufficiali di polizia, professionisti del soccorso medico, operai edili, e durante i primi due o tre giorni anche persone couni che semplicemente volevano aiutare.

In mezzo alle macerie non ricordo di aver visto grandi oggetti che ti aspetteresti di vedere da un grande edificio adibitio a uffici, come scrivanie, sedie, armadi d'archiviazione, tavoli. A un certo punto la nostra squadra trovò una grande lastra di vetro (probabilmente una finestra) che era completamente intatta.

L'odore che ancora ricordo era simile a quello del cemento bagnato. Per i primi due o tre giorni, la nostra squadra non utilizzò nessun tipo di apparato di respirazione, quindi tutti noi inalammo qualunque cosa ci fosse nell'aria. Per sette o otto anni ho avuto una tosse cronica che mi ricordava costantemente l'odore del cemento bagnato che avevamo sentito.


Undicisettembre: Per quanto tempo rimaneste lì?

William Sorukas: La nostra squadra rimase lì per nove o dieci giorni.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie di complotto secondo le quali l’11/9 sarebbe stato un inside job?

William Sorukas: Se con inside job intendi la complicità da parte del governo degli Stati Uniti, sono totalmente in disaccordo.


Undicisettembre: L’11/9 che effetti ha avuto sul lavoro quotidiano degli US Marshals?

William Sorukas: Ha avuto effetti sia diretti sia indiretti sulle responsabilità dello US Marshals Service. Per esempio, questo fu visto come un attacco contro gli Stati Uniti, il governo degli Stati Uniti e il popolo degli Stati Uniti. I giudici federali rappresentano il governo degli Stati Uniti, quindi la loro protezione divenne una priorità per lo US Marshals Service, perché queste erano le basi fondamentali dell'agenzia sin dalla sua creazione nel 1789. Indirettamente, le responsabilità per le investigazioni sui fuggitivi divennero più importanti. Questo accadde perché altre agenzie, come l’FBI, anch'essa coinvolta nella caccia ai fuggitivi, spostarono gran parte del loro personale alla lotta al terrorismo.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

William Sorukas: Personalmente, mi ha fatto capire le nostre vulnerabilità e cosa accadde agli Stati Uniti nel dicembre del 1941.

2017/05/09

The Hunt for KSM di Terry McDermott e Josh Meyer

di Hammer

Nel 2012 i giornalisti del Los Angeles Times Josh Meyer e Terry McDermott (autore anche del prezioso Perfect Soldiers) hanno pubblicato il volume The Hunt for KSM che, come dice il titolo stesso, narra della caccia e della cattura del famoso terrorista Khalid Sheikh Mohammed (spesso indicato come KSM), vero ideatore degli attentati dell'11/9.

Il libro si apre con il racconto della cattura del noto membro di al Qaeda Abu Zubaydah in Pakistan nel marzo del 2002 e del suo interrogatorio in Thailandia. Il prigioniero si dimostrò da subito collaborativo con gli inquirenti e li aiutò a identificare proprio Khalid Sheikh Mohammed, conosciuto nel mondo jihadista con il nome di Mukhtar, come una delle menti dell'11/9 quando gliene fu mostrata una foto.

L'autore passa quindi a narrare in breve la vita di KSM, dai primi anni trascorsi in Kuwait, dove nacque nel 1965, al trasferimento per gli studi di ingegneria in North Carolina nel 1984, al primo incontro con i movimenti jihadisti in Pakistan, dove si spostò nel 1989, alla breve permanenza a Doha nel 1992.

Nel 1994 KSM si trasferì con il nipote Ramzi Youssef (che al tempo era braccato dall'FBI in seguito all'attentato del 1993 contro le Torri Gemelle) a Manila, dove insieme progettarono dapprima un duplice attentato allo scopo di uccidere il presidente Bill Clinton e il papa Giovanni Paolo II. Il piano fu presto abbandonato perché i due temevano di non essere in grado di superare la sicurezza che avrebbe protetto le due personalità; sostituirono quindi il loro piano con quello di far esplodere un numero imprecisato di aerei di linea in volo in varie parti del mondo. Il piano era noto come Bojinka. Tuttavia anche questo fallì a causa di un'esplosione in casa di uno dei cospiratori, Abdul Hakim Murad, che attirò l'attenzione della polizia filippina, che scoprì così il piano terroristico.

Ramzi Youssef e KSM riuscirono a scappare dalle Filippine il giorno stesso dell'incidente, ma Murad fu arrestato mentre su ordine di Yussef tornava a recuperare il PC di quest'ultimo. Il computer finì nelle mani della polizia, che capì che il suo proprietario era tra gli organizzatori dell'attentato al World Trade Center. Dai dati contenuti nel PC gli inquirenti capirono anche che uno degli organizzatori del piano sventato era proprio Khalid Sheikh Mohammed, fino ad allora considerato una figura di secondo piano. Youssef scappò in Pakistan, dove un suo collaboratore, il sudafricano Istaique Parker, ne tradì la fiducia consegnandolo agli inquirenti statunitensi.

Youssef fu catturato e portato a New York, dove fu interrogato e confessò di aver progettato il piano Bojinka e di aver condotto l'attentato contro il World Trade Center del 1993. Nel 1995 in Malesia fu arrestato anche Wali Khan, un altro dei cospiratori del piano Bojinka; anche lui fu portato a New York per essere interrogato. Tuttavia né Murad, né Youssef, né Khan fornirono informazioni su dove si trovasse KSM. Nel frattempo questi si trasferì in Qatar, dove l'FBI non poté catturarlo, nonostante fosse stato localizzato, perché le autorità qatariote si dimostrarono poco collaborative. Dal Qatar KSM si spostò in Pakistan, dove organizzò un incontro con Osama bin Laden a Tora Bora. In tale occasione KSM propose a bin Laden di organizzare un attacco contro gli USA usando degli aerei di linea come missili.

Osama accolse favorevolmente la proposta e nel 1999 iniziò a selezionare gli uomini del commando che avrebbe condotto l'attentato. Nel 2000 si svolse il celebre summit del terrore di Kuala Lumpur e nel 2001 l'attentato ideato da KSM e bin Laden fu tragicamente realizzato.

Dopo l'11/9 la Casa Bianca affidò alla CIA il ruolo di guida nelle indagini contro i perpetratori, scelta che l'FBI non accettò di buon grado. Inoltre, poco dopo l'attentato partì l'azione militare americana in Afghanistan che causò la caduta del governo dei Talebani e l'uccisione di alcuni vertici di al Qaeda. Tuttavia Osama bin Laden riuscì a scappare attraverso il dedalo di cunicoli delle montagne di Tora Bora. Nelle indagini e per il supporto militare, gli USA si dovettero alleare con il Pakistan; l'alleanza funzionò bene sulla carta ma meno sul campo, sia per via della facile corruttibilità degli agenti dell'ISI sia per la loro scarsità di mezzi.

Nel 2002 venne rapito e ucciso il giornalista americano Daniel Pearl; in seguito all'omicidio venne diffuso il video in cui l'uomo veniva decapitato e gli inquirenti americani ebbero da subito il sospetto che l'uomo corpulento che decapitava il giornalista nel video fosse proprio KSM.

Poche settimane dopo Abu Zubaydah confermò che KSM era l'organizzatore dell'11/9. Nello stesso periodo il giornalista egiziano Yosri Fouda intervistò proprio KSM e l'intervista (in cui KSM ammise apertamente il proprio ruolo di ideatore degli attentati dell'11/9) venne poi pubblicata nel celebre libro Masterminds of Terror. Abu Zubaydah, durante gli interrogatori, spiegò agli inquirenti dove KSM si trovasse a Karachi, in Pakistan. Dapprima le ricerche andarono a vuoto; in un raid che avrebbe dovuto arrestare KSM, che riuscì a scappare in tempo, venne invece preso il suo collaboratore Ramzi Binalshibh.

In seguito al primo fallimento, la CIA reclutò un collaboratore di KSM, di cui gli autori omettono il vero nome, che comunicò dove KSM si trovasse. Il terrorista venne finalmente catturato di notte a Rawalpindi, nei primi mesi del 2003, mentre era intontito dalle medicine che aveva preso per dormire.

Una volta nelle mani degli inquirenti americani, KSM venne trasferito più volte e poi portato a Guantanamo, dove la CIA lo interrogò sottoponendolo a tortura. Il terrorista fornì informazioni vere e altre false per accontentare gli interrogatori e interrompere la tortura, e anche per far perdere loro tempo prezioso. KSM omise sicuramente anche delle informazioni importanti; per esempio non disse nulla degli attentati che si sarebbero svolti a Madrid nel 2004, di cui non poteva non essere al corrente.

I due autori chiudono il volume con la considerazione che, nonostante l'uccisione di Osama bin Laden nel 2011 sia stata molto più celebrata della cattura di KSM, quest'ultimo aveva in al Qaeda un ruolo quasi più importante di quello del fondatore, che quando fu ucciso viveva nascosto, isolato e incapace di agire.

2017/04/17

Gli scambi di identità di Salem al-Hazmi

di Hammer

Uno degli argomenti più frequenti di chi sostiene le teorie del complotto sugli attentati dell’11/9 è quello secondo cui i terroristi furono identificati troppo in fretta dagli inquirenti e che alcuni, se non tutti, dei 19 dirottatori fossero in realtà ancora vivi dopo gli attacchi.

È abbastanza ovvio che chi sostiene queste teorie ignora un concetto molto semplice: cioè che al mondo esistono le omonimie e che quindi persone diverse possono avere lo stesso nome. Se il buon senso non basta, come spesso accade con i complottisti, si rende necessario analizzare in dettaglio cosa è accaduto in realtà durante l'identificazione degli attentatori.

Un esempio di questo riguarda l'identificazione di Salem al-Hazmi, uno dei muscle hijackers (dirottatori col compito di usare la forza per prendere il controllo) del volo American Airlines 77 che si schiantò contro il Pentagono.

L’FBI diffuse la prima lista dei presunti dirottatori il 14 settembre del 2001 e pochi giorni dopo, il 19 settembre, il Washington Post riportò che il capo dell'ambasciata saudita degli USA avrebbe detto che l’uomo indicato come Salem al-Hazmi era in realtà un impiegato presso uno stabilimento petrolchimico di una società governativa a Yanbuʿ in Arabia Saudita.

L'ambasciata aggiunse che all’uomo era stato rubato il passaporto anni prima al Cairo e che probabilmente il terrorista aveva compiuto un furto di identità per assumere quella del saudita che viveva tranquillamente in patria. Il 19 settembre il quotidiano saudita Al-Sharq Al-Awsat pubblicò un articolo in cui mostrava la foto di Ibrahim Salem al-Hazmi, che si riteneva accusato ingiustamente di essere uno dei dirottatori.

Tuttavia, contrariamente a quanto scritto nell'articolo del Washington Post linkato in precedenza, stando alla traduzione proposta da Google Translate del testo originale in arabo, la seconda foto non mostra il presunto terrorista che ha rubato l'identità a Ibrahim Salem al-Hazmi, ma il medico al-Bader al-Hazmi (che quindi condivide il cognome con il terrorista e con l’impiegato saudita), che in quei giorni era stato ingiustamente arrestato negli USA perché aveva usato in alcune occasioni il nome Khalid al-Mihdhar, incappando così in uno scambio di persona con un altro terrorista anch’egli dirottatore del volo American Airlines 77. Di questo grave errore di identificazione parla, tra l'altro, il medesimo articolo del Washington Post che cita il quotidiano saudita.

Le due foto pubblicate da Al-Sharq Al-Awsat il 19/9/2001

Una volta rilasciato il medico e riconosciuto l’errore, l’FBI non capì subito che si trattava di un’omonimia, ma pensò dapprima a un furto di identità ai danni del medico.

Il 20 settembre Al-Sharq Al-Awsat ribadì il concetto ripetendo che al-Hazmi era ancora vivo e che il terrorista suicida era un’altra persona.

Nonostante la confusione generata dai numerosi scambi di persona, dopo che l’FBI divulgò la lista definitiva dei dirottatori il 28 settembre, l’Arabia Saudita dovette ammettere che 15 dei 19 uomini del commando erano effettivamente sauditi. Tuttavia tale conferma arrivò solo a febbraio del 2002.

Un episodio di questo tipo, e se ne sono verificati molti durante l’identificazione dei 19 dirottatori, dimostra ancora una volta che le teorie complottiste si basano spesso su molta ingenuità e sull’ignorare fatti ovvi: come quello che al mondo esistono casi di omonimia.

2017/04/01

Nota sulle foto “inedite” del Pentagono segnalate dai media

di Paolo Attivissimo

Numerosi media generalisti, italiani e stranieri, hanno lanciato la notizia di una serie di foto “inedite” riguardanti i danni prodotti dall’attacco al Pentagono dell’11 settembre 2001.

Le foto sono in realtà tutt’altro che inedite: risalgono almeno al 2011, come documenta questo nostro articolo di quell’epoca. Una di esse, inoltre, fu pubblicata nel libro Pentagon 9/11 dieci anni fa, nel 2007.

Maggiori informazioni sulla causa di questo diffuso errore giornalistico sono in questo articolo su Disinformatico.info.

2017/03/27

Le riflessioni dell'ex agente dell'FBI Mark Rossini

di Hammer

L'ex agente dell'FBI Mark Rossini ha scritto un lungo testo su come l'11/9 avrebbe potuto essere evitato e sulle pressioni politiche, dettate dalla volontà di non creare tensioni tra gli USA e l'Arabia Saudita, che hanno bloccato lo scambio di informazioni tra CIA ed FBI in alcune fasi fondamentali delle indagini su due cittadini sauditi che erano entrati negli USA e che sarebbero poi diventati due dei diciannove dirottatori.

Con il permesso dell'autore, pubblichiamo il testo originale in inglese e la nostra traduzione in italiano.

In Re: 9/11 (testo originale in inglese)


In Re: 9/11 (traduzione in italiano)


Ringraziamo Rossini per la sua cortesia e disponibilità.

2017/02/21

I problemi legali di No Easy Day

di Hammer

Il volume No Easy Day pubblicato il 4 settembre del 2012 fu il primo racconto della missione di Abbottabad, che uccise Osama bin Laden, scritto da uno dei militari che presero parte all'operazione. L'autore del testo è l'ex Navy SEAL Matt Bissonnette, che si celò sotto lo pseudonimo di Mark Owen. Fin da prima di essere pubblicato il libro suscitò polemiche perché l'autore decise di darlo alle stampe senza prima sottoporlo alla revisione del Dipartimento della Difesa. E già nell'agosto del 2012 il Pentagono comunicò attraverso i propri portavoce che avrebbe avviato un'azione legale contro l'autore se il libro avesse rivelato dei segreti militari.

Per spingere Bissonnette a sottoporre il proprio testo alla revisione, il Dipartimento della Difesa inviò anche una lettera ufficiale all'autore, sottolineando come questi avesse firmato un accordo di non disclosure (cioè di non divulgazione). Tuttavia Robert Luskin, consulente legale dell'ex militare, rispose che l'accordo firmato non era vincolante.

Negli stessi giorni in cui usciva il libro di Bissonnette fu pubblicato anche l'ebook No Easy Op: The Unclassified Analysis of the Book Detailing the Killing of OBL, scritto da un gruppo di ex Navy SEALs autori anche di numerosi altri volumi su attività militari. Gli autori sostennero che la scelta di Bissonnette di non sottoporre il proprio testo alla revisione ufficiale fosse comprensibile per via dei tempi lunghi dei revisori e perché questi sono sempre più attenti a tagliare che a preservare l'integrità della storia. Secondo la rivista The Atlantic, Bissonnette aveva fretta di pubblicare il proprio testo affinché questo arrivasse nei negozi prima del libro The Finish: The Killing of Osama bin Laden di Marc Bowden sullo stesso argomento. Bowden sottolinea tra l'altro come lo pseudonimo scelto da Bissonnette sia molto simile al suo nome. La stessa posizione è espressa da Bowden nella postfazione alla seconda edizione di The Finish.


Nel 2014 Bissonnette fu effettivamente oggetto di un'indagine da parte del Dipartimento della Difesa, poi sfociata in un'investigazione criminale da parte del Dipartimento di Giustizia, per aver rivelato dettagli che non era autorizzato a rivelare. A seguito della querela, Bissonnette avviò a sua volta un'azione legale nei confronti del suo avvocato Kevin Podlaski, sostenendo che fosse quest'ultimo ad avergli suggerito che non fosse necessario sottoporre il testo a revisione.

L'ex militare apparve anche nella trasmissione televisiva 60 Minutes della CBS il 2 novembre 2014 e in tale occasione Robert Luskin spiegò di non poter rivelare i dettagli della denuncia ma aggiunse che uno degli oggetti della contesa era l'aver rivelato l'esistenza dei visori notturni. Tuttavia di questi aveva già scritto Nicholas Schmidle nel suo articolo Getting Bin Laden pubblicato dell'agosto del 2011, inoltre gli stessi visori si vedono chiaramente nel film Zero Dark Thirty (da cui è tratto il fotogramma sottostante) uscito all'inizio del 2013 e sono disponibili sul sito Internet del produttore e su quello di venditori terzi come questo.


Nel 2016 Bissonnette raggiunse l'accordo di pagare al Pentagono una cifra forfettaria di 6,8 milioni di dollari (pari alle royalty guadagnate dalla vendita del libro) e a seguito dell'accordo il Dipartimento di Giustizia decise di non proseguire nella propria azione legale ma di accettare il risarcimento pattuito. Per lo stesso motivo il Dipartimento abbandonò anche l'intenzione di una seconda azione legale nei confronti di Bissonnette.

Nel 2014 Bissonnette pubblicò un secondo volume intitolato No Hero che narra delle operazioni militari in Afghanistan e Iraq a cui ha preso parte. Questa volta l'autore decise di sottoporre il testo all'approvazione del Pentagono, così da evitare ulteriori problemi.

2017/01/30

L’elicottero distrutto durante la missione di Abbottabad

di Hammer

La missione che uccise Osama bin Laden, svoltasi nella notte del 2 maggio 2011, non iniziò come previsto. Il primo dei due elicotteri Black Hawk avrebbe dovuto far scendere dodici uomini vicino al compound mentre il secondo avrebbe scaricato il contingente in un angolo del muro di cinta affinché presidiasse il perimetro. Ma al contrario dei piani il primo velivolo incontrò problemi aerodinamici che obbligarono il pilota a un atterraggio di emergenza.

L'elicottero infatti si trovò nella situazione chiamata vortex ring state, come riportato dal sito AVweb, o di settling with power, come riportato dal celeberrimo articolo Getting bin Laden di Nicholas Schmidle (curiosamente l'FAA considera i due termini come sinonimi, mentre Transport Canada li considera fenomeni diversi), aggravata dall'elevata temperatura dell'aria. Il pilota dovette atterrare bruscamente per evitare di perdere il controllo del mezzo; nella manovra uno dei rotori si danneggiò gravemente sbattendo contro il muro. Durante le esercitazioni condotte in North Carolina il problema non si verificò perché al posto del muro di cinta del compound, alto circa cinque metri e mezzo, vi era una ringhiera che consentiva all'aria di circolare.

Il mezzo riportò gravi danni a seguito del brusco atterraggio, ma nessuno degli uomini a bordo riportò gravi ferite. La squadra riuscì comunque a procedere nella missione e a concluderla con successo.


Al termine della missione e dopo aver caricato il cadavere di Osama sul Chinook giunto appositamente sul luogo, i militari dovettero distruggere il Black Hawk danneggiato, che non poteva riprendere il volo, per evitare che potesse essere oggetto di spionaggio. Il pilota dapprima ne distrusse la strumentazione interna con un martello che portava apposta per situazioni del genere, quindi alcuni dei militari posizionarono della cariche di esplosivo C-4, che fecero esplodere appena prima di imbarcarsi sul Chinook.

Tuttavia i Navy SEALs non riuscirono a distruggere tutto l'elicottero, perché durante la fase di atterraggio un pezzo della coda fu proiettato all'esterno del muro di cinta del compound. Le forze pakistane posero una barriera di plastica per proteggere i rottami dalla vista, tuttavia lo fecero solo dopo che furono scattate numerose foto del pezzo, facilmente reperibili in rete. Il rottame fu quindi coperto da un telone e rimosso con un trattore.


Le foto scattate nonostante le cautele (sia di quando si trovava nel prato del compound, sia di quando fu coperto, sia di quando fu rimosso) concessero ad alcuni esperti di valutare che il mezzo era un Sikorsky H-60 Black Hawk (anche se non è chiaro se si trattasse di un MH-60K, MH-60L o MH60-M) prodotto nel 2009. Tuttavia, nonostante la tecnologia non fosse nuova, fu molto efficace nello sfuggire alla sorveglianza pakistana; il velivolo fu quindi molto efficace nell'ingannare i sistemi di ricognizione per via della propria conformazione esterna e del rivestimento speciale atto ad assorbire le onde dei radar. Inoltre le pale era progettate appositamente per ridurre il rumore. Quel piccolo pezzo rivelò come la tecnologia utilizzata fosse notevolmente innovativa, perché fino ad allora la tecnologia stealth era utilizzata solo su aerei ed era stata progettata per l'elicottero RAH-66 Comanche, la cui progettazione fu cancellata nel 2004, ma parte di quanto sviluppato è stato probabilmente utilizzato nei velivoli impiegati ad Abbottabad.

Gli USA chiesero la restituzione del pezzo, che ottennero dopo due settimane. Durante quel breve periodo anche il governo cinese espresse interesse nei confronti del rottame e secondo alcuni agenti della CIA a un gruppo di ingegneri cinesi fu concesso di vedere il pezzo e fotografarlo. Tuttavia il Pakistan smentì di aver consentito a esponenti cinesi di visionare l’oggetto.

Nonostante l'impegno delle forze pakistane e di quelle statunitensi, alcuni frammenti del relitto non furono comunque recuperati, come dimostrato dalle molte foto reperibili in rete che mostrano persone che ne raccolgono dei piccoli pezzi da terra. Inoltre il giornalista Peter Oborne riporta di aver visto dei bambini raccoglierne frammenti e venderli come souvenir; lo stesso giornalista poté acquistarne un pezzo per cento rupie.

2017/01/09

World Trade Center: an interview with survivor Marvin Pickrum

by Hammer. An Italian translation is available here.

We continue our commitment to preserving the memory of the events of 9/11 by publishing the account of survivor Marvin Pickrum, who was in the North Tower at the time of the first impact.

His vivid report is an important step towards understanding the feelings of those who directly experienced the World Trade Center attack.

We wish to thank Marvin Pickrum for his kindness and willingness to share his harrowing story.


Undicisettembre: What do you remember about 9/11, generally speaking?

Marvin Pickrum: I was working for a trading company of the 85th floor of Tower 1, I was getting ready to head to my trading floor which was on the lower floors, at the fourth floor of the tower. I was heading out of my office and going to the restroom and as I walked out of my office my building was hit, and when it was hit the building leaned forward. I knew and I could tell it was something big because I am an ex-military, I had been in the army and in the navy and I had been around explosions and stuff of that nature before and I knew it was something pretty serious. In addition when I was in the hallway the jet fuel from the airplane was filling up the elevators, it was traveling through the elevators shafts when the plane hit the building and I literally had to run down the hallway to escape the flames that were filling up in the hallway. Well, having served in the service I can tell you I’ve never felt that heat before. So from the building leaning and the heat from the flames I knew it was serious. In my life I rarely panic but that was one of the few times in my life I panicked.

My initial reaction was to try and head back to the office to see if my coworkers were ok, but when I turned around flames were filling up the hallway. It was if I was looking down the mouth of a dragon – literally! It was at that point I panicked and what went through my mind in that instant was there is no way they survived that, they must be dead. I never would have separated from my co-workers if I believed they were alive so I went into a survival mode.

So after the initial impact I was just trying to figure out what was going on and was basically trying to find out how to get out of the hallway and not burn by the flame, once I got at the end of the hallway I kind of collected myself, I got into an office that was down the hallway, looked outside to see what was going on outside, I didn’t see anything, the sky was clear. I collected myself and I decided I was getting out of the building, I knew right away I needed to get out of that building.

Before having all the facts people were making assumptions about what had happened, we started to hear the stories that a plane hit the building but we didn’t know how big it was. Nobody really knew. At that point people starting filling up the stairwell to get out of the building. There was no chaos in the stairwell, people were very orderly, once we were in the stairwell people were coming out of all the levels on the way down. It was very calm. On one of the floors I hooked up with one of my coworkers and through her I heard that everyone got out of our office and that they were okay. We connected when she was getting out of another floor and I was heading in her direction.

There was no immediate threat and we were just moving out of the building. We got to an area where we couldn’t continue down the stairwell, we had to move across in one of the lower levels and that was kind of being in a movie: there was fire everywhere, the corridor was broken up, there were people covered with ash. We got across that level, we ended up in a different stairwell to continue going down. When we were in the forties or fifties, or even lower than that, we started seeing firemen coming up; at that point I was confident we would have made it out because I thought “if the firemen are getting in it means there is a way out of the building”. At that point nobody considered that the building would have collapsed.

When we got to the fourth floor, at the time nobody knew it, was when Tower 2 collapsed. I was on the fourth level and I will never forget this. I was going down the stairs, I was looking at my coworker and she was standing against the wall about to turn down the stairwell and the building started shaking and the wall started to crack behind her. At that point people panicked, everyone was trying to get out of the building. We didn’t know if our building was also coming down. All the lights went out, there was smoke everywhere. There are images of that day you will never forget. We got to a point where there was so much smoke and no lights and we didn’t know what the path was to get out of the building. Firemen had light-sticks and emergency lights to tell you were the guy in front of you is, in the service that’s how we track each other at night. I saw one light-stick and I went that direction and that’s how I knew what was the path to get out of the building.


Se we went out of the building and I didn’t know and I couldn’t figure which side of the building it was, there was so much going on that I don’t remember how we got out of there. I just remember seeing the fireman and the next thing I know is we were out of the building. Out of the building there were debris everywhere, chaos. I remember telling my coworker “We are in a war zone.” We started following the crowd that was getting north, away from the building, we were trying to get as far away from the building as we could because of the thick smoke. A few minutes after that, when we were far away from the building, a little bit safer and the air was starting to get not as thick with smoke I thought “Okay, maybe I can turn around and take a look at the building to see what is going on.” I turned around and looked up and saw this huge hole and the buildings in the flames and fire. And our tower started to collapse. As you can imagine people went back into panic and we started running north as far away as we could to escape the collapsing building. My coworker lived in Brooklyn, I lived in Jersey City and there was no way I could get home, so we headed across the Brooklyn Bridge, we made it to her place, turned on the news and tried to process what had happened.


Undicisettembre: When did you eventually get home?

Marvin Pickrum: I didn’t get home until the weekend. We had just gotten bombed, so we went to a store and got alcohol because we needed to decompress. We went straight to a store and got beer and vodka, set on the couch and listened to all the stories and kind of processed it. I didn’t get back until the weekend, Saturday I believe it was.


Undicisettembre: What happened to you in those days, when you could not get home?

Marvin Pickrum: I just hanged out with my coworker, we listened to the news on CNN. I called my mother to let her know that I got out of the building okay and that I was staying with a coworker. The city was on lockout, there was no public transportation and going home wasn’t even a priority. I was trying to decompress mostly from what had happened.


Undicisettembre: How long did it take you to get your life back to normalcy?

Marvin Pickrum: Well, how do you define what normalcy is? I moved to New York because my goal was to become a trader, I was working for a trading company and that was my priority. I graduated from law school, I had a financial background and I wanted to be a trader. After 9/11 my emotional sense was to leave New York right away, a lot of people felt that way. Everybody was on an emotional edge but I didn’t want to take an emotional decision. I decided that I was going to take time and decide whether or not I wanted to stay there. New York is a very stressful city to live in, it’s an amazing city but also very stressful and there are a lot of people: it’s the best and the worst of everything. So 9/11 changed my life, I wouldn’t be here in San Francisco if it wasn’t for 9/11, I would have stayed in New York to become a trader.

So after 9/11 I stayed there for a year and then I said “It’s not worth it. This is too hard of a grind, I’m moving back to California, find a job there.” And I got my life back together, so when you say “When did you get back to normalcy?” my answer is “I never got back to normalcy.” It changed the course of my life, there was no doubt in my mind that I ultimately would have landed a job to do trading somewhere and it didn’t happen. I’m now an auditor with an IT company. But that’s not the vision that I had for my life, that’s not the goal that I had: 9/11 changed it.

So if you ask me if my life is normal, yes, I go to work as everybody else, I enjoy outdoor and all that California has to offer. Now my life is normal and it took a while because I spent a year in New York after 9/11 and moved to Los Angeles and worked as a trainer because I always wanted to be an athlete, so I worked as a trainer in a gym for a year and a half and you would never expect someone with my education and my background to have done that. But then I got back to a job that was in line with my education and background.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Marvin Pickrum: Well, I came very close to being a Navy SEAL and for personal reasons I left that program. After 9/11 I wanted to go back into the service but at that point I was too old and physically I couldn’t do the things that I used to do when I was in my early twenties but I was angry, I was mad, I couldn’t believe that these guys targeted civilians.

Every single day I think about this whole thing with ISIS and what we are doing and I hope we are doing enough behind the scenes to really deal with that threat. Having almost become a special forces guy I have a different perspective on what our policies should be and when you hear there was another attack and that the whole world on the social media are encouraging people to commit this kind of terror against civilians I hope that the United States and the global community are doing everything that is necessary to eliminate, and I mean eliminate, that threat. I live in San Francisco but I lived in the East Bay where I had to catch a tunnel into the financial district and I don’t like being of those trains anymore because to me its such an easy target to hit. I think about this things while I don’t think other people think the same way.

But I go on with my life. We have been at war for I don’t know how long, we’ll continue to be at war. They are using tactics that are a sign of the times, I cannot worry about things I can’t control and I have to go to work like everybody else.


Undicisettembre: What do you think about wars in Afghanistan and Iraq?

Marvin Pickrum: It’s complicated, to me what’s happening in the middle East has given rise to these groups but I don’t understand the nature of why there’s so much conflict and I also feel it can never be resolved. When you try to follow “Ok, well, this group arose out of what happened in Iraq”, then there’s war in Syria, who’s supporting who it’s incredibly confusing. I believe we might have made some mistakes in terms of our policy but I don’t think I have the experience to really know the history behind that region and the basis for the conflict and the animosity towards us. Having said that, as an ex military I love my country, I’m a patriot and I hope we do all the necessary to eliminate that threat.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Marvin Pickrum: I’m not a big believer in conspiracy theories unless there is proof. Well, I’m a lawyer and I ask these people “Show me some evidence. Is there any evidence that this was an inside job? If it is a conspiracy let me see the hard evidence.” Until then to me it’s just conjecture to sell newspapers and get people excited.

They have to show some evidence, it’s that simple. In my mind there was a group, we know who they were, they were tied to a very specific terrorist group.


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?

Marvin Pickrum: Well, I survived it, so I don’t fear it. We have threats as we always had, the United States have always had enemies, we are always going to have enemies, that’s why I support the military. That’s why I believe in having a strong, solid, effective, capable, competent military. Having said that I believe we need more intel to face this threat. I have no experience in that but I believe that good intel provides you with targets. I don’t think we have to repeat Iraq and mobilize huge masses of people and materials, I don’t think that’s the war of the future. So money should be shifted away from that into intel, to get information about who these people are where they are based.

As for the rest of the country I think people live their lives the way they always had. They get to work, have bills to pay, take care of the kids, education, but we are always going to face threats.

World Trade Center: intervista al sopravvissuto Marvin Pickrum

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Continuando il nostro impegno affinché il ricordo di quanto accaduto l’11/9 non venga perso, offriamo oggi ai nostri lettori la testimonianza del sopravvissuto Marvin Pickrum che si trovava nella Torre Nord al momento del primo impatto.

Il vivido racconto di Pickrum aggiunge un importante tassello per capire le emozioni di chi ha vissuto personalmente l’attentato alle Torri Gemelle.

Ringraziamo Pickrum per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Cosa ricordi in generale dell’11/9?

Marvin Pickrum: Lavoravo per una compagnia di trading all’ottantacinquesimo piano della Torre 1, mi stavo preparando per andare al piano dove si fa il trading che era ai piani inferiori, al quarto piano della torre. Stavo uscendo dal mio ufficio e stavo andando in bagno e mentre uscivo dal mio ufficio il mio palazzo fu colpito, e quando fu colpito si inclinò in avanti. Sapevo e capivo che era qualcosa di grosso perché sono un ex militare, ero stato nell'esercito e nella marina e avevo visto le esplosioni e cose del genere in passato e sapevo che era una situazione piuttosto seria. Inoltre quando ero in corridoio il carburante avio dell’aereo riempiva gli ascensori, scendeva lungo le trombe degli ascensori quando l’aereo colpì il palazzo e io letteralmente dovetti correre nel corridoio per scappare dalle fiamme che lo stavano riempiendo. Beh, avendo servito nell’esercito posso dirti di non aver mai sentito un tale calore prima. Quindi dal palazzo che si era inclinato e dal calore delle fiamme capii che era una cosa seria. Nella mia vita di rado vado nel panico, ma quella fu una delle poche volte nella mia vita in cui ci andai.

La mia reazione iniziale fu di provare a tornare in ufficio per vedere se i miei colleghi stavano bene, ma quando mi girai le fiamme riempivano il corridoio. Era come se stessi guardando nella bocca di un drago, letteralmente! Fu a quel punto che andai nel panico e ciò che mi passò per la testa in quel preciso istante fu che non c’era modo che fossero sopravvissuti, dovevano essere morti. Non avrei mai lasciato i miei colleghi se avessi pensato che erano vivi, e quindi entrai in modalità di sopravvivenza.

Quindi dopo l’impatto iniziale stavo semplicemente cercando di capire cosa succedeva e principalmente cercavo di capire come uscire dal corridoio e non bruciarmi nelle fiamme; una volta arrivato alla fine del corridoio mi ricomposi un po’, entrai in un ufficio che era in fondo al corridoio, guardai fuori per vedere cosa stava succedendo, non vidi nulla, il cielo era terso. Mi ricomposi e decisi di uscire dal palazzo, in quel momento capii immediatamente che dovevo uscire dall’edificio.

Prima che si diffondessero le notizie, le persone facevano congetture su cosa poteva essere successo. Iniziammo a sentire storie di un aereo che aveva colpito il palazzo ma non sapevamo quanto fosse grande. Nessuno lo sapeva. A quel punto le persone cominciarono a riempire le scale per uscire dal palazzo. Non c'era caos per le scale, le persone erano molto ordinate, mentre eravamo nella tromba delle scale la gente usciva dagli uffici ad ogni piano per scendere. Era tutto molto calmo. A uno dei piani mi ricongiunsi con una mia collega e grazie a lei seppi che tutti erano usciti dall'ufficio e che stavano bene. Ci incontrammo quando lei stava uscendo da un altro piano e io stavo andando nella sua direzione.

Non c'era una minaccia imminente e noi stavamo semplicemente uscendo dal palazzo. Arrivammo in un’area dove non potevamo continuare a scendere per le scale, dovemmo attraversare il piano in uno dei livelli più bassi e fu come essere in un film: c’era fuoco ovunque, il corridoio era danneggiato, c’erano persone coperte di cenere. Attraversammo quel piano e finimmo in un’altra scala per continuare a scendere. Quando eravamo tra il quarantesimo e il cinquantesimo piano o tra il cinquantesimo e il sessantesimo, o forse ancora più in basso, cominciammo a vedere i pompieri che salivano; a quel punto fui fiducioso che saremmo usciti perché pensai “Se i pompieri stanno entrando significa che c'è un modo per uscire dal palazzo.” A quel punto nessuno considerava che l’edificio sarebbe crollato.

A quel punto non lo sapeva nessuno, ma fu quando arrivammo al quarto piano che crollò la Torre 2. Io ero al quarto piano e non me lo dimenticherò mai. Stavo scendendo lungo le scale, stavo guardando la mia collega e lei era in piedi vicino al muro, sul punto di girare per continuare a scendere, e il palazzo iniziò a tremare e sul muro dietro di lei apparvero delle crepe. A quel punto le persone andarono nel panico, tutti cercavano di uscire dal palazzo. Non sapevamo se anche il nostro edificio sarebbe crollato. Tutte le luci si spensero, c’era fumo ovunque. Ci sono immagini di quel giorno che non dimenticheremo mai. Arrivammo a un punto dove c’era così tanto fumo e nessuna luce che non sapevamo quale fosse il percorso da prendere per uscire. I pompieri avevano delle luci chimiche e delle luci d’emergenza che servono a segnalare dov’è la persona davanti a te, nelle forze armate è così che teniamo traccia l'uno dell'altro di notte. Vidi una luce chimica e andai in quella direzione, perché sapevo che lì avrei trovato la via d’uscita dal palazzo.


Quindi uscimmo dal palazzo e non sapevo e non capivo su quale lato del palazzo fossi, stavano succedendo così tante cose che non ricordo come siamo usciti da lì. Ricordo solo di aver visto il pompiere e la cosa successiva che ricordo è di essermi trovato fuori dal palazzo. Fuori c'erano macerie ovunque, caos. Ricordo di aver detto alla mia collega “Siamo in una zona di guerra.” Iniziammo a seguire la folla che stava andando verso nord, lontano dal palazzo, cercammo di andare più lontano possibile dai palazzi per via del fumo denso. Pochi minuti dopo, quando eravamo sufficientemente lontani dall'edificio, un po' più al sicuro e l'aria cominciava ad essere meno densa di fumo, pensai “Ok, forse posso girarmi e guardare l’edificio per vedere cosa sta succedendo.” Mi girai e guardai in alto e vidi questo immenso buco e gli edifici in fiamme. E la nostra torre iniziò a crollare. Come puoi immaginare, le persone furono prese di nuovo dal panico e iniziammo a correre verso nord, il più lontano possibile, per scappare dal crollo. La mia collega viveva a Brooklyn, io vivevo a Jersey City e non c'era modo che io potessi andare a casa, così ci dirigemmo verso il Ponte di Brooklyn, arrivammo a casa sua, accendemmo la televisione sul telegiornale e cercammo di elaborare ciò che era successo.


Undicisettembre: Quando finalmente tornasti a casa?

Marvin Pickrum: Non tornai a casa fino al weekend. Eravamo appena stati bombardati, quindi andammo in un negozio e comprammo degli alcolici, perché avevamo bisogno di riprenderci. Andammo diretti in un negozio e prendemmo birra e vodka, ci sedemmo sul divano a sentire le notizie e per cercare di elaborare ciò che era successo. Non tornai a casa fino al weekend, penso che fosse sabato.


Undicisettembre: Cosa ti è successo in quei giorni, quando non potevi tornare a casa?

Marvin Pickrum: Ho tenuto compagnia alla mia collega, sentivamo le notizie alla CNN. Chiamai mia madre per dirle che ero uscito dal palazzo e stavo bene e che ero dalla mia collega. La città era bloccata, non c'era trasporto pubblico e andare a casa non era nemmeno una priorità. Stavo cercando principalmente di riprendermi da ciò che era successo.


Undicisettembre: Quanto ti ci volle per tornare alla normalità?

Marvin Pickrum: Beh, come definisci cos’è la normalità? Mi ero trasferito a New York perché il mio scopo era diventare un trader, lavoravo per una compagnia di trading e quella era la mia priorità. Mi ero laureato in legge, avevo un background finanziario e volevo essere un trader. Dopo l’11/9 sentivo di voler lasciare New York subito, molte persone si sentivano così. Tutti erano molto scossi, ma io non volevo prendere una decisione sull’onda dell’emozione. Decisi che mi sarei preso del tempo per decidere se volevo rimanere lì. New York è una città molto stressante dove vivere, è una città stupenda ma anche molto stressante e ci vivono molte persone: è il meglio e il peggio di tutto. Quindi l’11/9 cambiò la mia vita; non sarei qui a San Francisco se non fosse per l’11/9. Sarei rimasto a New York e sarei diventato un trader.

Quindi dopo l’11/9 rimasi lì per un anno e poi mi dissi “Non ne vale la pena. È troppo stressante, torno in California, mi trovo un lavoro lì.” E ho ricomposto la mia vita, quindi quando chiedi “Quando tornasti alla normalità?” la mia risposta è “Non sono mai tornato alla normalità.” Ha cambiato il corso della mia vita, non c'era dubbio nella mia mente che sarei arrivato alla fine ad avere un lavoro come trader da qualche parte e non è successo. Ora sono un auditor in un’azienda informatica. Ma non era la visione che avevo per la mia vita, non era lo scopo che avevo: l’11/9 lo ha cambiato.

Quindi se mi chiedi se la mia vita è normale, sì, vado al lavoro come chiunque altro, mi piace stare all’aria aperta e tutto ciò che la California ha da offrire. Ora la mia vita è normale e mi ci volle un po’. perché trascorsi un anno a New York dopo l’11/9 e mi trasferii a Los Angeles e lavorai come allenatore, perché ho sempre voluto essere un atleta, quindi lavorai come allenatore in una palestra per un anno e mezzo. Non ti aspetteresti che qualcuno con i miei studi e il mio background faccia una cosa del genere. Ma poi sono tornato a un lavoro che era più in linea con la mia formazione e il mio background.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Marvin Pickrum: Beh, arrivai molto vicino a essere un Navy SEAL e per motivi personali abbandonai quel programma. Dopo l’11/9 volevo tornare nelle forze armate, ma a quel punto ero troppo vecchio e fisicamente non potevo fare le cose che facevo quando avevo poco più di vent’anni, ma ero arrabbiato, ero furioso, non potevo credere che quella gente avesse preso di mira dei civili.

Ogni giorno penso a tutto ciò che sta succedendo con l’ISIS e ciò che stiamo facendo, e spero che stiamo facendo abbastanza dietro le quinte per gestire veramente questa minaccia. Essendo quasi entrato nelle forze speciali ho una prospettiva diversa su quali dovrebbero essere le nostre politiche e quando sento che c'è stato un altro attentato e che tutto il mondo sui social media incoraggia le persone a commettere questo tipo di attacchi terroristici contro civili spero che gli Stati Uniti e la comunità globale stiano facendo tutto il necessario per eliminare, e intendo dire eliminare, questa minaccia.Vivo a San Francisco, ma ho vissuto anche nella zona di East Bay, dove dovevo prendere un tunnel per andare nel distretto finanziario e non mi piace più stare su quei treni, perché per me sono un obiettivo molto facile. Penso a queste cose e non credo che altri pensino allo stesso modo.

Ma continuo con la mia vita. Siamo in guerra da non so quanto tempo, continueremo a essere in guerra. Loro stanno usando delle tattiche che sono un segno dei tempi, non posso preoccuparmi di ciò che non posso controllare e devo andare al lavoro come chiunque altro.


Undicisettembre: Cosa pensi delle guerre in Afghanistan e in Iraq?

Marvin Pickrum: È complicato, per me ciò che sta succedendo nel Medio Oriente ha fatto nascere questi gruppi, ma non capisco la natura del perché ci siano così tanti conflitti e penso anche che la cosa non possa essere mai risolta. Quando cerco di seguire “Ok, beh, questo gruppo è nato per via di ciò che è successo in Iraq”, poi c'è la guerra in Siria, chi supporta chi, è incredibilmente confuso. Credo che possiamo aver fatto degli sbagli per quanto riguarda la nostra politica, ma non credo di avere veramente l'esperienza per conoscere davvero la storia di quella regione e le basi del conflitto e l'animosità verso di noi. Detto questo, da ex militare amo il mio paese, sono un patriota e spero che stiamo facendo tutto il necessario per eliminare questa minaccia.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 fu un inside job?

Marvin Pickrum: Non credo molto nelle teorie del complotto a meno che ci siano delle prove. Beh, sono un avvocato e chiedo a queste persone “Mostrami delle prove. C'è qualche prova che sia stato un inside job? Se c'è stata una cospirazione, fammi vedere delle prove concrete.” Fino ad allora per me sono solo congetture per vendere giornali e creare animosità.

Devono darci delle prove, è semplice. Per quanto ne so, c’era un gruppo, sappiamo chi erano, ed erano legati a un gruppo terroristico molto specifico.


Undicisettembre: Pensi che la nazione viva ancora nella paura o che abbia recuperato la sua posizione mondiale?

Marvin Pickrum: Beh, io sono sopravvissuto, quindi non ne ho paura. Abbiamo delle minacce, come ne abbiamo sempre avute, gli Stati Uniti hanno sempre avuto nemici, avremo sempre dei nemici, è per questo che supporto i militari. È per questo che credo nell’avere un apparato militare forte, solido, efficace, capace, competente. Detto questo, credo che ci serva più intelligence per affrontare questa minaccia. Non ho esperienza in questo campo, ma credo che una buona intelligence fornisca bersagli. Non credo che dobbiamo ripetere l'Iraq e mobilitare masse enormi di persone e materiali, non credo che sia quella la guerra del futuro. Quindi i soldi devono essere spostati da questo all'intelligence, per avere informazioni su chi sono queste persone e dove stanno.

Per quanto riguarda il resto del paese, penso che la gente viva le proprie vite come ha sempre fatto. La gente va al lavoro, ha bollette da pagare, deve prendersi cura dei propri figli, farli studiare, ma dovremo sempre affrontare delle minacce.